L'edizione 2026 del Carpino in Folk ha registrato un successo record, esplorando il "Pensiero Meridiano" attraverso musica, dibattiti e incontri internazionali sul Gargano.
L’edizione 2026 del Festival Carpino in Folk si è conclusa con un successo senza precedenti, affermandosi come il più importante meeting musicale del Promontorio del Gargano. Cinque giorni intensi di confronto e dibattito sulla cultura popolare locale, arricchiti da “incursioni” internazionali e dalla magia della Puglia Salentina, hanno animato il territorio, registrando un’affluenza da record.
“Pensiero Meridiano. Lentezza, dialogo, Mediterraneo”: è stata questa la traccia profonda che ha attraversato l’intera manifestazione. Un tema che non è rimasto sullo sfondo come una semplice dichiarazione d’intenti, ma ha orientato il programma e dato un significato comune a linguaggi diversi, dalla musica popolare alla ricerca, dai libri al cinema, dalla memoria alla danza e all’incontro tra generazioni e territori.
Dalle idee alle storie
Il Festival ha aperto i battenti il 6 agosto, dedicando la prima giornata alla parola e alla riflessione. Il convegno intitolato ”Pensiero Meridiano. E le storie che ci attraversano” ha messo al centro due pubblicazioni capaci di affrontare il complesso rapporto tra il Sud, il suo territorio e la memoria, da prospettive differenti e stimolanti.
Matteo Salvatore, la memoria che diventa voce
Dalla riflessione alla musica il passaggio è stato naturale e immediato. La prima serata si è conclusa con un sentito omaggio a Matteo Salvatore, il leggendario cantastorie capace di trasformare la memoria popolare in racconto vivido, denuncia sociale e pura poesia. La presentazione del volume “Matteo Salvatore. 40 ballate. Analisi. Visioni”, curato da Nicola Contegreco, è stata accompagnata dal concerto dello stesso Contegreco al pianoforte, con la splendida voce di Roberta Palumbo e le percussioni di Lello Basile.
La scelta di dedicare un momento così significativo a Matteo Salvatore è apparsa particolarmente coerente con il tema dell’edizione: nelle sue ballate, infatti, il Sud non è mai un’immagine folkloristica e stereotipata, ma una realtà cruda e autentica, fatta di lavoro, povertà, emigrazione, ingiustizia, ma anche di profonda ironia e dignità. È una memoria che parla dal basso e che continua, proprio per la sua intrinseca verità, a interrogare il presente.
Una montagna che si racconta insieme
Il 7 agosto, Piazza del Popolo ha dato voce alla ricca tradizione musicale del Gargano con l’evento “La Voce del Gargano – Suoni e canti della Montagna del Sole”. Sul palco si sono alternati gruppi come Festa Farina e Folk di San Marco in Lamis, La Matracatroppa di San Nicandro Garganico, i Cantori di San Giovanni Rotondo, Tarantula Garganica e i Cantori di Monte Sant’Angelo, portando differenti espressioni della tradizione musicale garganica. Qui il concetto di dialogo è diventato concreto e tangibile: non un’unica tradizione presentata come immutabile, ma una pluralità di voci che si riconoscono e si valorizzano all’interno di uno stesso territorio.
L’Orchestra Popolare: le radici diventano un progetto comune
Il momento forse più emblematico e innovativo dell’edizione 2026 è stato il debutto dell’Orchestra Popolare del Carpino in Folk, protagonista del Concertone dell’8 agosto. Venticinque musicisti provenienti da tutto il Gargano, guidati dal maestro concertatore Carmine Padula e sotto la direzione artistica di Antonio Pizzarelli, hanno dato vita a un ensemble che parte dalla tradizione musicale del promontorio per proiettarla con coraggio verso nuovi linguaggi.
Chitarre battenti, tamburi a cornice, voci, fisarmoniche, mandolino, fiati, basso elettrico, batteria e archi hanno costruito un suono collettivo nel quale la dimensione popolare non è stata trattata come un reperto del passato, ma come materia viva e pulsante. È probabilmente qui che il tema del Festival ha trovato una delle sue espressioni più compiute: il dialogo non come semplice accostamento di elementi, ma come capacità di suonare e creare insieme.
Dal Gargano al mondo: The Wailers e le “positive vibrations”
Il 9 agosto, il Festival ha volto ulteriormente il proprio sguardo, accogliendo The Wailers, protagonisti della tappa italiana del loro tour “50 Years of Positive Vibrations”. La presenza di una formazione di respiro internazionale, accanto alla musica popolare garganica, ha rafforzato uno dei caratteri distintivi di Carpino in Folk: essere profondamente radicato nel proprio territorio senza rinunciare al confronto e allo scambio con il mondo intero.
È la dimensione mediterranea intesa non come una geografia chiusa, ma come uno spazio storico di scambi, migrazioni, contaminazioni e incontri. Mettere sullo stesso palcoscenico le tradizioni del Gargano e una delle esperienze più riconoscibili della musica internazionale significa ribadire che una cultura locale non perde la propria identità quando dialoga con l’esterno. Può, al contrario, acquisire nuovi strumenti e prospettive per raccontarsi e rinnovarsi.
La festa come forma di comunità
Sempre il 9 agosto, con Rione Junno e The Wailers, e il 10 agosto, con Super Taranta e i Cantori di Carpino, il Festival ha portato questa riflessione dentro la dimensione più immediata e coinvolgente della festa. Super Taranta ha riunito alcuni dei nomi più rappresentativi della musica popolare pugliese, da Mauro Durante ad Antonio Castrignanò, da Alessia Tondo a Emanuele Licci, in un incontro vibrante tra esperienze, stili e territori diversi.
A chiudere il programma sono stati i Cantori di Carpino, con lo spettacolo “Stile, storia e musica alla carpinese”: un ritorno alle radici che ha ricondotto il viaggio al suo punto di partenza. È significativo che il festival abbia scelto di chiudersi proprio con la tradizione carpinese. Dopo aver attraversato il Gargano, il Mediterraneo e la scena internazionale, il racconto è tornato a Carpino. Non per chiudersi in sé stesso, ma per ripartire con nuova linfa.
La danza e la trasmissione della tradizione
Anche i laboratori dell’8 e 9 agosto, dedicati al passaggio “Dalla Tarantella del Gargano alla Pizzica pizzica salentina”, hanno contribuito a rendere concreto il tema del dialogo. La danza è, infatti, uno dei luoghi in cui la tradizione smette di essere soltanto memoria e diventa esperienza fisica, trasmissione diretta, partecipazione attiva. Il confronto tra la tarantella garganica e la pizzica salentina ha messo in relazione due forme fondamentali della cultura musicale pugliese, mostrando come le identità possano essere riconosciute e valorizzate senza trasformarsi in recinti chiusi.
Foto di Cosimo Di Pierro
